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Una storia davvero triste quella della studentessa lancianese colpita da una forma aggressiva di encefalite da morbillo , che da ormai sei anni,  la costringe ad uno stato vegetativo irreversibile. La ragazza, che all’epoca dei fatti si trovava a Milano per studiare, accusò dei sintomi persistenti, febbre , mal di gola e bolle sul corpo.  Dopo un primo ingresso, proprio in un ospedale milanese, dove le riscontrarono una allergia da farmaco, decise di rientrare a Lanciano e al pronto soccorso del Renzetti trovò la dottoressa Teresa Rea che, dopo aver prescritto i normali esami di routine, le somministrò del cortisone. Gli esami che avrebbero stabilito che la giovane era stata colpita dal morbillo sarebbero arrivati dopo 48 ore.

Ma la situazione, purtroppo precipitò improvvisamente fino alla soluzione finale. Una ragazza piena di vita, sana e con un futuro innanzi ridotta in stato vegetativo. La famiglia iniziò la sua battaglia convinta che la degenerazione clinica fosse proprio colpa del cortisone ma il tribunale di Lanciano ha stabilito dopo tre perizie scientifiche che, una volta in atto il processo della malattia, nulla può migliorarlo ne tanto meno peggiorarlo ed ha deciso che la dottoressa Rea non fu negligente. Il processo si è quindi chiuso con una assoluzione di primo grado in quanto il fatto “non sussiste”. Un calvario infinito per la famiglia della giovane, difesa dall’avvocato Piero Nasuti, e una sentenza che scagiona a pieno il medico che ha sempre sostenuto di aver lavorato al meglio.

       L'avvocato Sichetti

Le prime due perizie non furono del tutto definitive , ha dichiarato l’avvocato Massimiliano Sichetti, in quanto, seppur non accusando il cortisone, non si esprimevano chiaramente sulla reale conseguenza della sua somministrazione. Ma la terza perizia, richiesta dalla difesa, ha confermato senza ombra di dubbio che nessun nesso causale era possibile fra la degenerazione della malattia, che era ormai un processo in atto, e il comportamento della dottoressa.

Al Renzetti  la ragazza fu ricoverata una sola notte, in attesa degli esami richiesti dal medico, ma la mattina dopo le condizioni precipitarono e da li fu trasferita a Pescara dove la prognosi si manifestò in tutta la sua gravità.

In un primo momento la Procura parlò di una negligenza nell’aver somministrato un farmaco  che, come è noto, abbassa le difese immunitarie ma nel corso del processo si è accertato che il morbillo è imprevedibile e che solo la vaccinazione, fatta ovviamente prima, avrebbe potuto salvare la ragazza.

Per tutti i  periti, sia quello di parte, Raffaele Ciccarese, che quelli del giudice, Cristian D’Ovidio e Arturo Di Girolamo, la dottoressa Rea ha agito nella maniera corretta, conclude l’avvocato difensore Sichetti, portando in aula decine di pubblicazione scientifiche e, in nessuna di loro, si evince che il cortisone peggiora una morbillosi in corso. (C.Lab)