Continuando, acconsenti all'uso dei cookie, ok?OkLeggi tutto

La presenza in migrazione della Cicogna bianca in Abruzzo è fatto abbastanza regolare ma vederne uno stormo di 32 assieme con lo sfondo di uno tra i più bei paesaggi d'Abruzzo rimane sempre un'esperienza affascinante.
Le tre foto scattate dal socio SOA Massimo Pellegrini dopo una segnalazione dell'appassionato Mario Rainaldi documentano la presenza di una specie che fortunatamente sta tornando a nidificare in molti siti italiani ed europei.

Per ragioni di tutela preferiamo non indicare il posto esatto dove queste meraviglie della natura si sono fermate per rifocillarsi per qualche giorno durante il lungo viaggio dall'Africa all'Europa.
È l'occasione per evidenziare per l'ennesima volta l'importanza degli altipiani maggiori abruzzesi come siti di sosta per l'avifauna durante la migrazione sia primaverile che autunnale. Sono luoghi che dovrebbero essere individuati e mappati secondo la direttiva comunitaria 147/09/CE "Uccelli" a fini di tutela ma l'Abruzzo, privo di Piano faunistico venatorio, non ancora provvede. Tra l'altro a poche centinaia di metri dal punto di osservazione i nostri soci hanno osservato ben tre gruppi di cacciatori con cani in addestramento che costituiscono, come più volte affermato dall'ISPRA e dalla stessa Corte Costituzionale in una recente sentenza proprio su una abruzzese sull'addestramento cani, una forma di disturbo sia per i migratori sia per le specie che stanno iniziando a riprodursi (alcune di queste nidificano a terra).

Questa segnalazione si aggiunge a quelle di altri animali protetti quali falchi grillai, albanelle reali e minori e altri rapaci che in aprile-maggio e settembre-ottobre si concentrano in territori ristretti dove riescono ad alimentarsi. Se pensiamo che la loro migrazione può coprire traiettorie di 5-6.000 km si comprenderà l'importanza di evitare qualsiasi forma di disturbo in momenti delicatissimi come la sosta.

Sarà il primo raccolto con “seme certificato” quello del 2018 per l’Abruzzo. Un traguardo importante evidenziato nel corso dell’assemblea per l’approvazione dei bilanci del Consorzio Agrario Centro Sud, con sede a San Giovanni Teatino (CH). In occasione dell’incontro annuale è stato evidenziato che il 2017 è stato l’anno della “svolta” in merito ai contratti di filiera: sono stati infatti sottoscritti, sotto la regia di Coldiretti,  importanti accordi con industrie pastaie tra cui vanno ricordati Di Vella e Barilla e grandi importatori di grano tra cui il gruppo Casillo per il bio. Accordi che hanno come punto di forza la possibilità di rintracciare il percorso del seme abruzzese dalla semina alla raccolta del cereale.

Si tratta infatti di un seme certificato da Sis (Società italiana sementi) di cui il Consorzio conosce tutto il processo produttivo e le qualità organolettiche (tra cui naturalmente il valore proteico che è uno dei parametri maggiormente rappresentativi della qualità del seme) potendone identificare il percorso, sia a monte che a valle, anche attraverso la specifica assistenza tecnica fornita alle aziende cerealicole che hanno creduto nel progetto. Un seme abruzzese di qualità certificata, quindi, per un pane e una pasta italiana fin dalla semina della materia prima.

“Attraverso i contratti di filiera con gli agricoltori il 2018 sarà ricordato come l’anno del primo raccolto di seme certificati per una filiera veramente made in Italy e un prodotto trasformato reale espressione della qualità del nostro territorio  – spiegano al Consorzio centro Sud - l’Abruzzo non poteva esimersi da questa importante sfida che sta coinvolgendo un migliaio di cerealicoltori e che ne coinvolgerà sempre più”. Soddisfatta anche Coldiretti Abruzzo. “Gli accordi di filiera che stiamo realizzando attraverso Consorzi agrari d’Italia (Cai) rappresentano un esempio concreto del nuovo ruolo di Coldiretti come sindacato imprenditoriale di filiera che, di fatto, consentirà agli agricoltori di eliminare una buona parte dei rischi di mercato, ai trasformatori e ai distributori di avere stabilità nell’approvvigionamento di prodotti di qualità e di origine e ai consumatori di acquistare il vero Made in Italy al giusto prezzo. In particolare – aggiunge coldiretti Abruzzo - per la cerealicoltura abruzzese si apre un’importante occasione di crescita e di sviluppo che riconoscere il valore delle qualità delle nostre produzioni, ne valorizza l’origine territoriale e fa emergere valore economico nell’immediato e nel futuro per le imprese agricole”.

 

 

 

Dal 1 Maggio la Eco. Lan. S.p.A. ha iniziato la gestione del servizio di igiene urbana anche nei Comuni di Casoli e Crecchio. La famiglia Eco. Lan. si allarga; oggi, con l'inizio del servizio di igiene urbana nei comuni di Casoli e Crecchio, diventano 24 le comunità servite dalla società per un bacino di utenze di circa 125.000 persone. 
"Sono contento che sempre più comuni si rivolgano a noi per la gestione dei servizi, un riconoscimento importante della quotidiana dedizione della società e dei suoi dipendenti alla pulizia e al decoro degli spazi, e sono orgoglioso dell'attenzione dei nostri cittadini verso la raccolta differenziata che ha raggiunto una media, nel nostro bacino di utenza, dell'81,5% nello scorso anno", afferma il Presidente Ranieri. 

Nelle prossime settimane avvieremo, insieme con le amministrazioni comunali, una serie di momenti di comunicazione per illustrare le novità previste nel sistema di raccolta dei rifiuti e le buone pratiche della raccolta differenziata. 

Dopo la fase di avvio, in cui si assicura la continuità con la precedente gestione, si passerà gradualmente alla fornitura dei nuovi calendari di raccolta e delle attrezzature. Per il comune di Crecchio il calendario resterà invariato fino a fine anno, mentre, per i cittadini del comune di Casoli il nuovo calendario sarà in vigore dal 1 giugno. Nell'ottica di garantire un servizio efficiente in tempi rapidi, durante il periodo di transizione, il personale Eco. Lan. sarà presente sul territorio per effettuare sopralluoghi nei condomini e presso le utenze non domestiche, così da individuare le soluzioni più adeguate alle singole esigenze. 

Le segnalazioni al Servizio Sanità animale della Asl Lanciano Vasto Chieti erano già pervenute, ma si fanno via via più numerose e riferiscono la presenza di lupi in almeno due zone del Chietino. Un fatto già noto ai veterinari, i quali, anche con l’ausilio di visori notturni a raggi infrarossi, ne stanno monitorando la presenza e gli spostamenti.

Gli esemplari sono stati avvistati a Fara San Martino e a San Vito Chietino, entrambi fuori dal perimetro del Parco nazionale della Majella. Si tratta di un lupo di taglia grande, dal mantello rossiccio, presumibilmente maschio, avvistato tra Feudo d’Ugni di Fara San Martino e alcune contrade di Lama dei Peligni; l’altro esemplare è stato segnalato da un cittadino nel centro abitato di San Vito Chietino.

Dopo qualche tentativo di cattura già esperito e non andato a buon fine, l’azione dei veterinari nei prossimi giorni sarà più incisiva e condotta da professionisti riconoscibili dalle casacche indossate, recanti il logo Asl. Le operazioni, condotte in collaborazione con Carabinieri forestali e personale del Parco, si svolgeranno al mattino presto, al crepuscolo e nelle ore notturne mediante visori a raggi infrarossi.

L’obiettivo è la cattura degli animali tramite teleanestesia al fine di monitorarne i parametri biometrici, effettuare prelievi di materiale biologico per scongiurare presenza di malattie infettive e infestive e per consentire la reimmissione in luogo idoneo alla sopravvivenza di questa specie selvatica. Tutte azioni tese alla tutela e al benessere degli animali, che diversamente rischiano l’abbattimento con armi da fuoco, veleno o trappole da parte di bracconieri o cittadini spaventati.

«In questa circostanza è bene ricordare che il lupo è un animale schivo - sottolinea Giovanni Di Paolo, direttore del Servizio Sanità animale - che fugge dall’uomo e non lo attacca se non in particolarissime situazioni. Va preservato per evitare l’eccessiva confidenza con le zone antropizzate che ne metterebbe a rischio la sopravvivenza. Le azioni che stiamo mettendo in campo, dunque, hanno proprio la finalità di metterlo al sicuro, di evitare o, comunque, ridurre l’inquinamento genetico, ovvero l’incrocio tra lupi e cani domestici. Ovviamente si tratta anche di tranquillizzare i cittadini che potrebbero essere allarmati dalla presenza di questi esemplari nei centri urbani, ma non c’è da drammatizzare».

L'autorizzazione 2011/41 della Provincia di Chieti ha fissato un quadro delle prescrizioni alle emissioni non conforme a quelli di legge. E l'aggiornamento di questa autorizzazione, avvenuta con pratica 12964 del 17 giugno 2015, non ne corregge gli errati presupposti”. Tutto sbagliato, quindi. E' la conclusione a cui giunge una verifica dell'Arpam (Agenzia regionale per la protezione ambientale delle Marche) riguardo al travagliato iter autorizzativo che ha permesso la riattivazione, negli anni scorsi, di parte degli impianti dei Sansifici Vecere a Treglio (Ch), che erano stati precedentemente sequestrati e fermati dalla magistratura. La verifica dell'Arpam è stata disposta dai giudici del Tribunale amministrativo regionale di Pescara ai quali ha fatto ricorso il Comune di Treglio (Ch), guidato dal sindaco Massimiliano Berghella.

Dopo che, agli inizi del 2015, sono stati apposti i sigilli al Sansificio Vecere e alla centrale a biomasse della Gct (Gestione Calore Treglio) Srl da parte della Procura di Lanciano, perché inquinavano; i titolari, in data 7 aprile 2015, hanno presentato, alla Provincia di Chieti, la richiesta di “modifica non sostanziale” dei Sansifici Vecere. E questo per attivare una procedura d'urgenza che, con pochi adempimenti, avrebbe potuto portare alla possibilità di ottenere il dissequestro (per quattro volte già negato dal tribunale del Riesame) e la riattivazione dello stabilimento. In pratica è stata chiesta l'attivazione dell'essiccatore Buzzi3, il più moderno e l'unico che non era stato oggetto delle “attenzioni” e delle verifiche della Procura e dei suoi periti, al contrario di quanto avvenuto per i camini Buzzi1 e Buzzi2, le cui emissioni erano state ritenute con conformi alle leggi in materia ambientale. I Vecere, proprietari dell'impianto, volevano tornare ad essere operativi, mettendo in esercizio il Buzzi3, e con l'ausilio di una caldaia Gpl. Una “modifica sostanziale” secondo il Comune di Treglio; una modifica “non sostanziale” secondo i titolari dell'impianto, la cui tesi è stata avallata prima dalla Provincia e poi dall'Arta, Agenzia regionale per la tutela ambientale dell'Abruzzo. Grazie a questo parere “favorevole” di Arta e Provincia, che modificò le autorizzazioni precedentemente rilasciate, i Vecere ottennero il dissequestro parziale dell'impianto ed iniziarono la campagna olearia 2015-2016. “Ma il Comune – spiega il sindaco Berghella – a tutela del territorio e della salute dei cittadini, convinto che ci fosse un grosso errore, si è rivolto al Tar, che ha disposto la verifica dei procedimenti amministrativi e dei controlli effettuati da Arta e Provincia e ha affidato una verifica all'Arpam. Verifica, appena depositata, e che ci dà ragione. Quelle erano “modifiche sostanziali”, per ciò l'iter autorizzativo avrebbe dovuto seguire un altro corso, molto più complesso ed irto”. Le risultanze delle verifiche Arpam saranno discusse a giugno dinanzi al Tar.

 

 

Una quantità impressionante di pannelli di eternit, (circa 300 e verosimilmente altrettanti portati via dalla piena), poggiata a pochi metri dalle sponde del fiume Sangro, all’interno del comune di Lanciano, è stata individuata e segnalata alle autorità e al Sindaco Dott. Mario Pupillo che già si sono attivati per una prima messa in sicurezza del sito.

La scoperta è frutto dell’attività di controllo operata sul territorio da Nuovo Senso Civico, grazie ad una fitta rete di collaboratori diffusa in tutt’Abruzzo.

La mole dello scarico abusivo, effettuato nelle ultime settimane o forse più, probabilmente a più riprese, è sicuramente opera di una vera e propria “banda dell’amianto”. Dai rilievi effettuati non è escludibile che una parte anche cospicua di quei pannelli sia stata trasportata in mare dalle piene del Sangro. Parliamo di veri e propri criminali che hanno smantellato uno o più capannoni ricoperti dai tipici pannelli ondulati in uso negli anni ’60 e ’70, quando l’eternit, un composto di cemento ed amianto, nonostante le prime prove scientifiche della sua pericolosità per la salute umana, veniva massicciamente impiegato nell’edilizia. L’amianto, anche detto asbesto, con l’usura, disperde una polvere che è causa di mesotelioma pleurico, un cancro che non dà scampo. Il periodo di incubazione di questo tumore è di 20/30 anni. Casale Monferrato, sede di una fabbrica di eternit, è il tragico emblema della sua pericolosità: la polvere di amianto dispersa nell’aria continua a colpire, dopo 30 anni dalla chiusura della fabbrica, non solo gli operai, ma anche tutti coloro i quali risiedevano nei pressi della fabbrica, con un bilancio che non lascia spazio a contradditorio: nella provincia di Alessandria si contano 1.800 morti a causa del mesotelioma, una vera e propria strage silenziosa.

L’abbandono sulle sponde di un fiume di tonnellate di amianto è, per tutto questo, oltre che vandalismo allo stato puro, un atto criminale inqualificabile, che riporta al centro della discussione sui temi ambientali il principio che chi inquina uccide.

Alla ricerca delle ragioni di uno scempio di questa portata, del quale speriamo prestissimo vengano assicurati alla giustizia i responsabili, è giusto riflettere su una questione.

L’amianto è stato impiegato per anni nell’edilizia civile ed industriale fino agli anni ‘80, nonostante le acquisizioni scientifiche sulle conseguenze devastanti sulla salute umana risalgano agli anni ‘60. Il ritardo dello Stato nel ricorrere a strumenti legislativi che ne proibissero l’utilizzo dovrebbe indurre gli attuali legislatori quanto meno ad alleggerire gli enormi costi di smaltimento dell’amianto, se non azzerarli.

Sarebbe giusto, che a pagare lo smaltimento dell’eternit, sia chi ha tradito il proprio ruolo di tutore della salute pubblica, mettendola al servizio degli interessi dell’allora florida imprenditoria legata alla sua produzione.

Per chiunque possegga anche una semplice tettoia in eternit per coprire una stalla, i costi per lo smaltimento sono talmente elevati da indurre alcuni a correre il rischio di liberarsene illegalmente. Ovviamente questo non può giustificare chi si rende responsabile di attentato alla salute pubblica, né del piccolo, né del grande conferimento abusivo sulle sponde di un fiume, ma dovrebbe indurre chi governa a rendere possibile lo smaltimento dell’eternit con procedure che, individuate le priorità e le disponibilità economiche degli attori coinvolti, assegni allo Stato stesso il ruolo di maggiore contribuente finanziario per il suo smaltimento.

Il capillare impiego dell’eternit, secondo le stime del mondo scientifico, avrà un esito sui rischi per la salute che non ancora conosce il suo picco, per via dell’incubazione del mesotelioma che può raggiungere i 30 anni dopo una sola fortuita inalazione.

Se il vento trasportasse la polvere d’amianto da quei pannelli ondulati deteriorati su un grappolo d’uva e un bambino non troppo fortunato, in compagnia del padre pescatore, cogliesse un acino di quell’uva e ne pulisse la buccia prima di ingerirlo, facendo danzare nell’aria vicino al suo naso una sola molecola di quella polvere, quel bambino a 30 o 40 anni si ammalerà di mesotelioma.

La responsabilità sarebbe della “banda dell’amianto” senza dubbio, ma ancor più di chi, nel colpevole ritardo di una attività legislativa a tutela della salute dei cittadini, fa vergognosamente pesare esclusivamente su quel pescatore, su quel bambino e su di noi cittadini tutti, i costi per lo smaltimento di un vero e proprio killer silenzioso: l’amianto.

 

Il Tribunale di Sulmona, oggi pomeriggio, ha assolto Antonio Centofanti, imputato nel processo penale per l’uccisione di un orso marsicano nel settembre dell’anno 2014 a Pettorano Sul Gizio. Accogliendo la tesi della difesa e la richiesta di assoluzione del Pm, il giudice ha pronunciato la sentenza di assoluzione dell’imputato dando credito a quella che fu la sua prima versione nelle dichiarazioni rese spontaneamente agli inquirenti, vale a dire che non aveva alcuna intenzione di uccidere l’orso e che il colpo partì per una sfortunata fatalità determinata dalla sua caduta.

Le sentenze vanno rispettate e sicuramente non è nostra intenzione derogare da questa regola.Ad affermarlo l'ente autonomo Parco Nazionale d'Abruzzo ( Pnalm) che in un comunicato stampa che vi riportiamo integralmete esprime tutta la sua contrarietà ad un asentenza che potrebbe creare pericolosi precedenti.

"Il Parco, che si è costituito parte civile nel processo, valuterà le motivazioni della sentenza e deciderà se ricorrono i presupposti per proporre appello. Tuttavia, riteniamo utile e necessario  fare alcune considerazioni.

Il messaggio che può venir fuori dalla Sentenza è molto pericoloso per la conservazione dell’orso marsicano.  C’è un evidente rischio di compiere la generalizzazione secondo la quale uccidere un orso non è un reato.

Ancora, c’è il pericolo che possa emergere e diffondersi  l’idea che la risposta più naturale ad un orso che si avvicina ad un’abitazione sia quella di sparargli.   Questo sarebbe devastante, perché noi ci troveremo sempre più a fare i conti con animali che si avvicinano alle aree antropizzate e dobbiamo imparare a conviverci, non a risolvere il problema con l’eliminazione del presunto intruso.  La conservazione dell’orso marsicano, come abbiamo più volte sostenuto, presuppone che gli orsi possano ricolonizzare nuovi territori anche fuori da parchi e aree protette e non possiamo sicuramente legittimare l’atteggiamento di chi ritiene che “gli orsi debbano stare a casa loro”, cioè nel ristretto territorio del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise. Convivere con gli orsi si può e la stessa comunità di Pettorano, con le azioni di prevenzione e informazione messe in campo dopo l’uccisione dell’orso, ha dimostrato che è possibile.

Infine, non possiamo esprimere un certo sconcerto per le modalità con le quali è stato condotto tutto il procedimento dalla Procura di Sulmona. Ci sono voluti più di 3 anni per arrivare a processo, per concludere il dibattimento con la richiesta di assoluzione. Davvero difficile da capire!

Per evitare spiacevoli conseguenze, visto che diversi orsi frequentano le aree antropizzate, sarebbe il caso che non solo il Parco, ma anche la Procura, ribadisse che uccidere un orso è reato".

 

 

La società Ecoeridania di Arenzano (Genova), che in Val di Sangro ha da poco acquisito Maio.Com, ramo d'azienda del gruppo Maio che  smaltisce rifiuti provenienti da strutture sanitarie, ha manifestato l'intenzione di riattivare l'impianto Ciaf per lo smaltimento e trattamento rifiuti speciali e industriali. L'impianto, di Ciaf Ambiente, situato in località Piazzano di Atessa, è fermo da tempo, con le autorizzazioni sospese. Nel 2006 fu teatro di un'inchiesta giudiziaria, con tanto di arresti, per traffico illecito di rifiuti.

Il sindaco di Atessa, Glulio Borrelli,  allarmato, è subito intervenuto presso la Regione Abruzzo per bloccare il progetto e ha chiesto la convocazione d'urgenza del “Comitato sindaci Sangro-Aventino-Frentania” per la tutela dell'ambiente.  “Nei giorni scorsi –  si fa presente in una nota inviata alla Regione, Dipartimento politiche ambientali, a firma del sindaco Giulio Borrelli – sono venuti in Comune ad Atessa i rappresentanti della ex Maio manifestando l'intenzione di riattivare l'impianto della Ciaf Ambiente Srl. Da quanto ci risulta, detta autorizzazione è sospesa dal 2014, in attesa di conoscere i risultati della procedura di concordato preventivo, pendente presso il tribunale di Lanciano. La rimessa in funzione dell'impianto, autorizzato anche allo smaltimento di fanghi industriali di sostanze chimiche – spiega Borrelli – ha destato preoccupazione nella nostra comunità, non solo per le vicende pregresse dell'impianto, ma soprattutto perché negli ultimi anni c'è stata un'evoluzione socio- economico dell'area, che ha portato a sviluppare una serie di attività produttive (industriali e commerciali) incompatibili con impianti di smaltimento di rifiuti pericolosi. Faccio presente – sottolinea il primo cittadino di Atessa – che la zona è fortemente antropizzata e che l'inquinamento dell'aria (da quanto risulta dai rilevamenti Arta) è, da anni, al limite dei livelli di tollerabilità, per la quantità di polveri sottili immessi in atmosfera. Per quanto ci riguarda -viene ancora detto – abbiamo già avviato la procedura di revisione del vecchio Piano regolatore generale, che dovrà prevedere, tra l'altro, l'incompatibilità di questo tipo di impianti con la vocazione attuale del territorio”.

La progettata riattivazione dell'impianto “incontra -evidenzia Borrelli- la decisa opposizione del territorio per le ragioni sopra  esposte e per il fatto che esso va ad aggiungersi a una procedura Via per la realizzazione di un altro impianto, in contrada Saletti di Atessa, a  pochi chilometri da Ciaf e vicino alle case, per il trattamento di rifiuti sanitari a rischio infettivo tramite sterilizzazione, con adiacente deposito di rifiuti pericolosi e non, richiesta dalla ditta Di Nizio Eugenio Srl di Mafalda (Cb)”. Sulla vicenda dei due impianti pericolosi in Val di Sangro, il "comitato dei sindaci per la tutela e la valorizzazione dell'ambiente", costituito nei mesi scorsi, si riunirà il 18 aprile, alle 18.30, in municipio a Atessa.

 

 Si terrà domenica 8 aprile la festa di inaugurazione della  parete attrezzata per alpinismo e arrampicata, una vera palestra a cielo aperto nel cuore del centro storico di Villa Santa Maria.

Dalle 9.00 del mattino fino alla sera sarà possibile scalare liberamente tra le bellezze del piccolo borgo abruzzese. Allo stato attuale sono 16 le vie di risalita della parete il cui picco più alto è di 103 metri, ma si attende un nuovo intervento di ampliamento del progetto che incrementerà le vie di risalita fino a 40 con percorsi di diversi gradi di difficoltà. Nella giornata inaugurale, che sarà oltretutto accompagnata da intrattenimento musicale e buffet per tutti i partecipanti, si attendono numerosi scalatori provenienti da tutta la regione.

“Questo è un altro importante intervento che fa sì che Villa sia riscoperta attraverso la bellezza del suo centro storico – commenta il sindaco Pino Finamore – in questo caso non ci siamo inventati nulla, abbiamo semplicemente stanziato una piccola cifra delle risorse comunali per la fruibilità di una parete rocciosa che è sempre stata parte integrante del paese. Questo significa che con davvero poco si possono realizzare cose importanti per la promozione del territorio”.

Sono molti i progetti che ruoteranno attorno alla parete rocciosa, che sembra essere la parete più alta in Abruzzo dopo quelle del Gran Sasso e la più facilmente raggiungibile della regione, a partire dalle iniziative che coinvolgeranno le scuole con corsi di arrampicata per i ragazzi.

 

 

 

“Che il fenomeno del randagismo sia una conseguenza di un problema primariamente culturale è assodato. Animali d’affezione abbandonati che gironzolano per la città non rappresentano solo una questione di mancanza di sensibilità verso i diritti degli stessi cani ma anche un problema per il Comune e i cittadini. Ad ogni segnalazione, infatti, si mette in moto un servizio che, a conti fatti, ha dei riflessi economici sull’intera comunità - si legge in una nota dell’Amministrazione Comunale di Fossacesia-.

Negli ultimi giorni, la Polizia Locale è intervenuta più volte in due località del territorio  (in viale San Giovanni in Venere e in via Fonte delle Cave) dove è stata segnalata la presenza di gruppi di randagi. Nonostante i tentativi degli agenti di catturarli, i cani sono riusciti a dileguarsi. E’ stata fatta la conseguente segnalazione all’Ufficio randagismo per procedere, con un urgenza, all’attivazione della procedura di accalappiamento.     “Sono ancora numerosi gli abbandoni degli animali d’affezione - commenta il Sindaco Di Giuseppantonio - e per far fronte a questi casi il nostro impegno deve distribuirsi su più fronti. Innanzitutto dobbiamo salvaguardare i nostri concittadini, cercando di evitare incontri ravvicinati, che potrebbero rivelarsi potenzialmente pericolosi; rendere sicure le strade; tutelare per il benessere dei randagi, della loro salute ed incolumità. La nostra Amministrazione ha sempre perseguito una politica di prevenzione del randagismo, ma è chiaro che senza la collaborazione dei cittadini il nostro compito diventa complicato. E’ altrettanto vero che per arginare il fenomeno i Sindaci non possono essere lasciati soli: è indispensabile richiamare alle proprie responsabilità tutti i soggetti cui le leggi vigenti affidano compiti di controllo e tutela degli animali d’affezione”.

  • Pagina 4