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Verrà presentato domani pomeriggio a Castel Frentano presso il teatro Loreto Liberati alle ore 17 e 30 il libro di Matteo del Nobile “Diari di Trincea. "La Grande guerra attraverso gli occhi e gli scritti dei castellini”. Un testo prezioso che racconta il sacrificio di tanti giovani partiti a morire per il fronte e che attraverso i loro scritti, carichi di drammaticità e purezza, hanno sacrificato gli anni migliori della propria esistenza.

L’Italia non ha avuto nel Risorgimento una sua grande insurrezione, scrive Del Nobilenella sua introduzionealtesto,  che abbia coinvolto tutta la popolazione. Nel 1861 fu costituito uno Stato unitario, ma non una società intesa come un insieme organico, e fuso, delle sue diverse componenti; in altre parole, non nacque una Patria. L’azione aggregante che diede corpo all’ “italianità”, presente in tutta la penisola da tempo immemorabile, fu costituita dalla grande guerra.

Questo libro non ha la pretesa di essere né una storia né una sintesi della prima guerra mondiale, argomento che merita ben altri studi e motivazioni, ma vuole essere un omaggio ai castellini che hanno partecipato alla prima guerra mondiale ed è giocoforza parlare di luoghi, di battaglie, dell’esercito. La loro descrizione non sarà minuziosa, didattica, ma solo necessaria e propedeutica al fine del libro.

Ho avuto la fortuna di entrare in possesso dei diari di guerra, completi, di due castellini: Alfredo Scioli, papà del compianto storico Michele, e Antonio Ferrante. I due testi sono così diversi l’uno dall’altro! Il primo è stato scritto da un laureato in Chimica, l’altro da un contadino che avrà frequentato la terza elementare. Il primo usa delle descrizioni letterarie l’altro, invece, scrive così come parlava. Che ricchezza in entrambi, che complementarietà! Alfredo Scioli e Antonio Ferrante mi hanno permesso di capire ancor meglio cosa siano stati quegli anni: aspirazioni, paure, slanci, dolori, speranze, di un’intera generazione. I loro scritti sono il valore aggiunto di questo libro e un ringraziamento va ai famigliari che ne hanno consentita la pubblicazione.

Per quanto riguarda l’argomento trattato, mi ritrovo in ciò che scrive Paolo Gaspari[1]: «C’è stato un lungo periodo della vita della nostra nazione, e forse lo è ancora, nel quale il ruolo della prima guerra mondiale è stato ridimensionato negandole il ruolo fondativo del sentimento di patria avvertito dalle classi popolari», e ancora «La grande guerra è stata la vera e unica esperienza collettiva fondatrice della patria, più delle guerre per l’unità d’Italia e della Resistenza». In effetti, il primo conflitto mondiale fu per l’Italia una quarta guerra d’indipendenza e la vera conclusione del Risorgimento.

Il sentimento di “patria” nasce quindi dalla consapevolezza del sacrificio pagato dai cittadini che hanno preceduto le future generazioni. Questo libro quindi, del resto come gli altri da me scritti, è rivolto ai giovani perché la mancanza di conoscenza conduce a una deficienza di coscienza di sé, di fierezza e consapevolezza del bene comune. La “grande guerra”, a distanza di un secolo dalla sua conclusione, può essere ancora considerata come un mito, una memoria condivisa da tutti.

Senza entrare nello specifico dell’argomento una considerazione è importante farla in prefazione. Nei due anni di guerra precedenti a Caporetto (ottobre 1917) si era realizzata la prova di un esercito, quello italiano, che era andato costantemente all’attacco in posizioni di netta inferiorità. Guerra di logoramento, la nostra, contro un esercito, quello austro-ungarico, addestrato a compiere la guerra di difesa sulle posizioni di confine con l’Italia. È come se ci aspettassero da tempo! Poi arriva Caporetto, un episodio che avrebbe annientato le fibre di qualsiasi altro esercito, ma non di quello italiano.

«C’è un epos di Caporetto. Un epos che riguarda i quindici giorni della ritirata al Piave e soprattutto fino al Tagliamento.

Epos di un esercito sconfitto, in ritirata caotica, senza mezzi, che tuttavia impegna decine di combattimenti in almeno tre vere battaglie […] L’azione generosa di ufficiali subalterni e di loro reparti nei giorni di Caporetto non è entrata a far parte dell’esperienza, della memoria storica di una popolazione».

Questo libro, a un secolo dalla conclusione del primo conflitto nazionale, è un omaggio alle gesta eroiche di tutti quei castellini che hanno partecipato alla grande guerra. La storia è narrazione e conoscenza, e la narrazione dei fatti ha come obiettivo quello di gettare un ponte tra passato e presente