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Dai Ricordi di Guerra di Pier Andrea Brasile pubblicati sul web da Francesca Romana Brasile, vogliamo riproporvi il racconto di quelle che furono le feste settembrine all'indomani dell'8 settembre. Giorni di speranze che svanivano e che srabbero sfociate poi nella rivolta del 6 ottobre.

"Il 15 settembre, mentre Lanciano celebrava le sue feste patronali e per il Corso trento e Trieste sfilavano le contadine con i canestri in testa che recavano il “don” alla Madonna, si videro arrivare le prime pattuglie tedesche, armate fino ai denti, o meglio al cinturone, sul quale spiaccavano due bombe a mano col manico di legno.
I Lancianesi seguitarono ad interessarsi della festa, concorsero numerosi all’asta dei donativi costituiti da specialità gastronomiche e dolci ed ascoltarono in piazza i pezzi di musica suonati dalla banda. Pareva che la guerra non li riguardasse più e che i tedeschi fossero forestieri di passaggio che si erano fermati anche essi a vedere la festa. 
Dopo qualche giorno si accorsero che i tedeschi non erano dei turisti, ma vera e propria truppa di occupazione e che il territorio da essi controllato era da considerarsi nemico e come tale soggetto alla requisizione di quanto loro occorreva per il proseguimento della guerra e alla mobilitazione degli uomini validi per l’approntamento di opere difensive.
Agli ingenui che chiedevano il pagamento delle merci requisite, i tedeschi rispondevano con pesante ironia: <<Paga Badoglio>> seguita da sarcastiche risa.
Nel sud le cose precipitavano: lo sbarco a Salerno, la liberazione di Napoli, lo sbarco a termoli e la propaganda di Radio Londra con le promesse di aiuti ai partigiani che si fossero sollevati contro gli invasori nazisti, avevano cambiato l’indifferenza dei primi giorni in insofferenza, prima ed in esasperazione, più tardi. 
Ai primi di ottobre le requisizioni si fecero più pesanti: con leve di ferro facevano saltare saracinesche delle rimesse, le porte degli appartamenti lasciati dai più pavidi che avevano cercato rifugio in campagna e prendevano auto- mobili, pianoforti, macchine da scrivere, apparecchi radio e quanto riuscisse loro comodo e gradito. 
Tra l’altre.. requisizioni ce ne fu una fatta da una pattuglia che entrò nell’orologeria di Filippo Console e si fece consegnare i migliori orologi da polso che aveva, assicurando il proprietario che avrebbe pagato Badoglio. Era presente il Generale del genio Ginesio Mercadante che era in borghese. Egli si presentò al capo della pattuglia e protestò altamente per l’atto brigantesco che veniva compiuto,indegno di militari che in tal modo disonoravano la divisa. Chiese di parlare col loro comandante e di accompagnarlo da lui. I Tedeschi lo misero in mezzo e lo accompagnarono al Comando. Si sparse allora la voce che il Generale Mercadante era stato arrestato e gli sririti più eccitati entrarono in fermento. 
Tra questi ci fu mio fratello Vincenzo, scottato già da una spoliazione di utensili e di ferramenta varia. Quando seppe la notizia da un cliente, si pose in tasca una grossa pistola automatica Stayer, chiuse il negozio ed andò in piazza a vedere che cosa si faceva. Personalmente, aveva simpatia per la famiglia Mercadante, ma era spinto a fare qualche cosa per dare sfogo all’indignazione che lo gonfiava e gli rendeva difficile accudire alla vendita della sua merce. Chì sa? << Forse – pensava – se qualcuno comincia, gli altri seguiranno l’esempio e i Tedeschi staranno più a posto. 
Giunto in piazza, sali per Via dei Frentani e, all’altezza di Largo Tappia, estrasse la pistola e sparò in ari i sette colpèi del caricatore. Al rumore alcuni uscirono fuori dalle botteghe, altri vennero syu dalla piazza e si strinsero attorno a mio fratello ancora fremente. << Scappate, Don Vincenzo, scappate giù per questo vicolo, che ora verranno i tedeschi dalla Piazza>>. E lo spinsero giù per la ripida scalinata che portava a Piazza della Verdura, donde avrebbe raggiunto facilmente la casa.
Alla mamma, stupita di vederlo tornare prima del tempo, disse ormai pacato e disteso: <<Ho sentito che sparavano in piazza. Per non farti stare in pensiero, sono tornato a casa>> E andò a chiudersi in camera.
Dopo qualche ora, andò a bussare alla porta il tenente della Polizia Municipale, D’Arezzo, che pregò la Mamma e la Zia di non farlo uscire per qualche giorno. Fingesse di essere malato e consegnasse a lui la pistola, perché, se i Tedeschi avessero operato una perquisizione, poteva passare dei guai seri. Era poi prudente disarmarlo, affinché non commettesse altre imprudenze.
E infine d’Arezzo telefonò a me , perché andassi a consolare mia madre e tenessi a freno mio fratello.
Lo trovai, invece, completamente scarico e molto impaurito, talchè per due giorni se ne stette in casa a covare umilmente il suo eroico gesto di ribellione.

A questo punto devo confessare a chi legge che, nonostante il divieto di portare armi e l’obbligo di consegnarle al comando tedesco, io giravo per Lanciano con la mia Beretta in tasca, l’arma su cui avevo prestato il giuramento da ufficiale. Non volevo consegnarla ai nemici e non volevo renderla inservibile, come aveva fatto mio cugino che aveva buttato giù nel pozzo il fucile da caccia e le altre armi esistenti in casa. Ma perché portavo addosso? Se mi avessero fermato per mandarmi al lavoro obbligatorio e mi avessero perquisito , mi mettevo nei pasticci e la mia famiglia, in quelle circostanze, aveva bisogno di me… E allora? Neanche ora saprei rispondere nulla di sensato e di razionale. Volevo forse sentirmi in grado di reagire alla violenza con la violenza, se i Tedeschi l’avessero tentata su di me o su qualche altro, sotto i miei occhi".

(Foto di Vetrina Frentana)