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Non è esplicitamente riportato ma sembrerebbe che ciò che è stato proposto nell’ambito degli Stati Generali sull’Esecuzione Penale e cioè la possibilità di avere rappporti intimi dietro le sbarre potrebbe realmente rappresentare il nuovo scenario dell’ordinamento penitenziario. In una nota stampa del sindacato della polizia penitenziaria si apprende infatti se fosse vero quello che si legge sul sito della Camera dei deputati (http://www.camera.it/_dati/leg17/lavori/stampati/pdf/17PDL0050460.pdf), si potrebbe addirittura fare sesso con la propria consorte e/o convivente .-A darne notizia è Mauro Nardella Segretario Generale Territoriale UIL PA Polizia Penitenziaria L’Aquila.

L’esame della proposta sarebbe al vaglio della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati nella proposta di legge A.C. 4368 relativa alle modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e all’ordinamento penitenziario.

Al COMMA 85 LETTERA M) , infatti, è riportata la dicitura “riconoscimento del diritto all'affettività? delle persone detenute e internate e disciplina delle condizioni generali per il suo esercizio;”

Fermo restando il rispetto che si deve nei confronti dei preposti alla costruzioni di leggi e lasciando ai più la libertà di esprimere il proprio pensiero in merito sarebbe curioso sapere, - continua il sindacalista- qualora dovesse realizzarsi un simile progetto, in che modo i poliziotti penitenziari sapranno associare le esigenze legate alla sicurezza con quelle ricadenti nella privacy (condizione quest’ultima che, come ovvio pensare, in tali casi nasce come esigenza naturale).

Il regolamento attualmente vigente prevede , nell’ambito dei colloqui con i familiari, anche se resta escluso quello auditivo, il tassativo controllo visivo da parte dei preposti alla sicurezza. Il dubbio nasce proprio in ordine alla necessità che si ha di non perder di vista il detenuto non fosse altro che per far sì che la sicurezza non venga meno.

Credo- conclude il sindacalista- che il legislatore debba riflettere molto sulla reale necessità di voler rendere meno afflittiva la pena agendo su dinamiche di così difficile attuazione. Non sarebbe a tal proposito sbagliato chiedere lumi agli operatori penitenziari prima di sfornare una norma che potrebbe rendere difficile il compito a tutti, detenuti compresi.

 

“I reati in carcere in Italia sono triplicati e le aggressioni nei confronti della Polizia Penitenziaria sono quasi raddoppiate, la situazione è al collasso, servono interventi urgenti”. Non usa mezzi termini Angelo Urso, segretario generale della Uilpa Polizia Penitenziaria che lancia un grido d’allarme. Un grido che ha già lanciato invano nelle sedi opportune, interessando anche il Ministero del Lavoro (per quanto attiene all’applicazione del D. Lgs 81/2008) E sono i numeri a disegnare il quadro drammatico della situazione. Le aggressioni – si legge in un comunicato dell'associazione di categoria – sono passate dalle 344 registrate nel 2013 alle attuali 525, i reati commessi in carcere da 983 a 2.458, gli atti vandalici sono ora 1904 rispetto ai 663 di quattro anni fa, mentre le risse tra detenute sono lievitate da 38 a 51. “Cifre preoccupanti che confermano una escalation alla quale occorre porre un freno, per ripristinare la legalità all’interno degli istituti penitenziari ma, anche e soprattutto, per salvaguardare l’incolumità fisica e garantire l’applicazione delle norme in materia di “salute e sicurezza” a coloro che, con il loro lavoro, rappresentano lo Stato all’interno delle carceri. Gli appartenenti al corpo di polizia penitenziaria possono essere coinvolti in qualità di spettatori, soccorritori o involontari protagonisti delle violenze dei detenuti – spiega Urso - Questi eventi possono avere un effetto traumatico sia per colui che è rimasto vittima dell’infortunio-incidente, sia per coloro che hanno assistito direttamente all’evento o hanno prestato soccorso”. La Uil lamenta, oltre ad una inadeguata assistenza sanitaria agli agenti, vittime loro malgrado, di vicende del genere, anche l’assenza di un documento che metta nero su bianco i “rischi del mestiere”. Sottolinea la mancata diffusione di provvedimenti che dispongano le procedure d’intervento da adottare nelle situazioni di rischio. Per la Uil è importante l’emanazione di ordini di servizio rispondenti alle mansioni pretese, soprattutto dopo l’entrata in vigore della sorveglianza dinamica e l’apertura delle celle.“Se davvero si vuole creare un ambiente di lavoro sicuro per gli agenti è necessario un cambio di passo. Da un lato occorre responsabilizzare le persone detenute e, dall’altro emancipare il lavoro della polizia penitenziaria dalla mera custodia alla conoscenza dell’utenza, creando una vera e propria “intelligence” e polizia di prossimità. Servono per questo meno burocrazia e più interventi concreti che vanno dall’ampliamento degli organici ad un’azione di controllo e di intervento da parte dei vertici dell’Amministrazione e degli organi di vigilanza rispetto ai provvedimenti che possono restare sulla carta. - conclude Urso - Le condotte regolari devono essere pretese anche in carcere e l’attuale quadro normativo dovrebbe subire un'evoluzione inasprendo le sanzioni specialmente quando i reati sono commessi contro chi, in quel momento, rappresenta lo Stato”. E Urso fa riferimento anche alle parole di Papa Francesco nella sua udienza del 4 gennaio scorso quando parlando del massacro avvenuto nel carcere brasiliano di Manaus, ha espresso solidarietà ai poliziotti “le carceri non devono essere luoghi di violenza, non devono essere sovraffollati ma posti di reinserimento e di rieducazione”. “

 

 

 

LANCIANO - Brandendo un bastone, si è introdotto in casa dei vicini, picchiando selvaggiamente una donna di 82 anni e il figlio di 52. Protagonista Rocco Buccini, 32 anni, finito in manette con l'accusa di lesioni aggravate. Tutto è accaduto intorno a mezzanotte, in un palazzo dell'Ater di via Sigismondi, nel quartiere Santa Rita di Lanciano. Buccini, che si trovava ai domiciliari per precedenti vicende giudiziarie, improvvisamente ha dato in escandescenze: ha sfondato la porta dei vicini e li ha aggrediti. Poi è sceso in strada, danneggiando anche una vettura posteggiata in strada. Il 32enne ha rischiato il linciaggio da parte degli altri residenti del condominio, stanchi dei continui episodi spiacevoli di cui l'uomo si è reso protagonista negli ultimi mesi. Per riportare la calma sono dovute intervenire 3 pattuglie dei carabinieri e una volante della polizia. Anche un militare è rimasto lievemente contuso. L'anziana e il figlio sono stati trasportati all'ospedale di Lanciano, dove sono stati ricoverati. La donna se la caverà in 30 giorni, mentre il figlio - che è stato colpito alla testa - è ancora in prognosi riservata. Buccini è stato rinchiuso nel carcere di Villa Stanazzo: dovrà rispondere anche di evasione, violazione di domicilio, danneggiamenti, porto abusivo d'arma atta ad offendere, oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale.

ISERNIA - Una proposta di legge dove al perdono vanno corrisposte le norme giuridiche attraverso la figura della mediazione penale. E' il progetto emerso durante il Seminario di formazione della Conferenza Episcopale Abruzzese e Molisana per la pastorale carceraria che si è svolta a Isernia, in Molise. Secondo la Chiesa il perdono è uno strumento di riconciliazione. Sono dunque gli strumenti giuridici che vanno umanizzati come ha sottolineato don Virgilio Balducchi Ispettore Generale dei Cappellani delle carceri in Italia. La questione delle carceri rimane tra i temi sociali e politici più scottanti anche nelle culture democratiche ancora troppo divise tra giustizialisti e permissivisti.  I primi considerano le carceri delle «discariche sociali» come le definisce il noto sociologo polacco Zygmunt Bauman realtà esterne dalle città in cui la punizione deve prevalere sul recupero. I secondi invece ritengono - correndo il rischio di non distinguere il grado di pericolosità del colpevole o la sua disponibilità a pentirsi - che le carceri facciano più male che bene perché «anziché aumentare la sicurezza, la diminuiscono, restituendo uomini e donne più fragili o più pericolosi». Sollecitati da una nuova cultura giuridica e dalla scelta di soluzioni umanamente percorribili per gestire i penitenziari, i Vescovi della CEAM hanno inteso programmare nell’Anno Santo della Misericordia e in prossimità del Giubileo dei carcerati indicato da papa Francesco, un Seminario di Formazione rivolto ad operatori di pastorale carceraria e volontari delle carceri a confronto con i “fratelli“ detenuti.  La compassione e l’umanità della riabilitazione rimangono i due fondamenti sui quali anche Papa Francesco, a partire dal suo discorso del 5 luglio con i detenuti del carcere di Isernia, e incontri successivi nelle altre realtà carcerarie della Nazione, invita tutti a celebrare il Giubileo dei carcerati il prossimo 6 novembre 2016. Promuovere una cultura umanizzante a partire dalle carceri. La cultura del Perdono a partire dalla Giustizia, come giustizia riconciliatrice. Perché “la Misericordia senza Giustizia – ha detto monsignor Bregantini nel primo intervento del seminario – è buonismo, la giustizia senza misericordia diventa giustizialismo. Chi ha commesso un reato deve pagare il suo prezzo ai soggetti offesi, ma deve poterlo fare sul sentiero della redenzione e con dignità perché le ferite possano diventare feritoie”. Nel secondo intervento don Virgilio Balducchi ha spiegato come “in carcere si vede come lavora Dio.  Se un detenuto percepisce che qualcuno gli vuole bene, si sente perdonato e si predispone all’assunzione di responsabilità del male fatto agli altri. Solo allora chi ha sbagliato può intraprendere il percorso della misura alternativa al carcere nella quale la società deve credere. Per questo c’è bisogno di puntare alla mediazione penale come punto di incontro tra colui che ha fatto il male e colui che l’ha subito”. Dopo le testimonianze di operatori e detenuti che hanno sottolineato l’importanza delle misure alternative, monsignor Camillo Cibotti, vescovo di Isernia –Venafro ha concluso che “Il carcere è terribile soprattutto per la famiglia del detenuto e per questo va umanizzato. La sofferenza è una via obbligata da percorrere ma va sostenuta. Non rinforziamo le sbarre, lavoriamo per tagliarle”.

Sovraffollamento della struttura e carenza di personale. A distanza di anni continua a riesplodere, ciclicamente, la protesta degli agenti di polizia penitenziaria in servizio al carcere di Lanciano. Questa volta a segnalare la situazione di disagio è Piero Di Campli, segretario locale del sindacato Sappe (il più rappresentantivo della categoria), che chiede - senza mezzi termini - la soluzione definitiva del sovraffollamento di detenuti del circuito "media sicurezza". "La nostra segreteria generale - scrive Di Campli in una nota - aveva più volte al Provveditorato e al Dipartimento, la situazione di sovraffollamento, che non era stato affatto superato con i provvedimenti precedentemente adottati. Anzi, erano addirittura aumentate le aggressioni ai danni degli agenti". Per il Sappe a Villa Stanazzo c'è il rischio concreto di arrivare ad avere 3 detenuti rinchiusi nella stessa cella di pochi metri quadrati. "Evidentemente - continua - Provveditorato e Dipartimento hanno numeri diversi, visto che continuano a mandare detenuti in questo istituto di pena, dove oltre al numero eccessivo di reclusi, l'organico degli agenti è sottodimensionato di ben 25 unità". Proprio per questo le ferie vengono drasticamente ridotte e aumenta il ricorso alla straordinario. "E tutto - continua il sindacalista - porta a lavorare sotto i livelli minimi di sicurezza, perché forse qualcuno dimentica che questo penitenziario ospita detenuti ad alto indice di pericolosità".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ancora episodi di violenza all'interno del carcere di Villa Stanazzo a Lanciano. E a denunciarli, ancora una volta, è Ruggero Di Giovanni, segretario provinciale della Uilpa polizia penitenziaria. "Un detenuto di origini pugliesi - racconta Di Giovanni -ha aggredito un'infermiera del servizio di medicina penitenziaria colpendola con un violentissimo schiaffo tanto che la stessa è dovuta ricorrere alle cure del pronto soccorso con una prognosi di 15 giorni. Per motivi in corso di accertamenti il detenuto, già noto per la sua indole particolarmente violenta, si è scagliato contro l’infermiera senza dare alcun segnale che potesse presagire l’insano gesto. Tanto che il sovrintendente e l’assistente presenti, operando con il coraggio e la professionalità che da sempre contraddistingue la Polizia Penitenziaria, si sono dovuti frapporre fisicamente tra il detenuto e l’operatrice sanitaria per evitare ulteriori e più gravi conseguenze". Per Di Giovanni l'accaduto è l'ennesima dimostrazione dei problemi di sicurezza che da sempre vengono denunciati non solo a Lanciano, ma anche negli altri istituti di pena abruzzesi. "Non vorremmo - prosegue - che con la recente istituzione di un nuovo provveditorato a Roma, che adesso dirige gli istituti di Lazio-Abruzzo e Molise, i problemi degli istituti vengano risolti in maniera inversamente proporzionale all'aumentata distanza dai centri di “potere”; è ormai evidente che quei detenuti che “non sono ancora pronti al regime aperto” sono di difficilissima gestione tanto che, come più volte questa organizzazione ha lamentato, viene messa a rischio la sicurezza dei lavoratori, che siano essi poliziotti o altri operatori penitenziari. È ormai indiscutibile la necessità di prevedere, al momento del trasferimento/assegnazione, l'associazione di questa particolare tipologia di detenuti ad istituti attrezzati per la loro corretta gestione e che piaccia o meno il carcere di Lanciano al momento non può gestire questa tipologia di ristretti. È quasi superfluo ricordare che l’organico di Polizia Penitenziaria della Casa Circondariale di Lanciano è del tutto inadeguato alle necessità dell’istituto; la Uilpa Polizia Penitenziaria torna a chiedere l'avvio dei lavori di riorganizzazione del lavoro, riorganizzazione indispensabile per fronteggiare la carenza di Poliziotti Penitenziari, le mutate modalità di gestione dei detenuti ed il continuo distogliere agenti dal servizio d'istituto operato dalla direzione; la sicurezza dei lavoratori - conclude il sindacalista - non può e non deve passare in secondo piano rispetto agli altri obiettivi dell'amministrazione penitenziaria".
 

"Libertà, dignità, misericordia": è il tema dell'incontro tra alcuni detenuti dell'Istituto Penitenziario di Lanciano e gli alunni delle classi terze dell'Istituto Comprensivo Umberto I, in programma domani alle 10.30 presso l'Aula Magna in Viale Cappuccini. Interverrano la direttrice della casa circondariale Lucia Avvantaggiato, la giornalista Pina De Felice e Padre Mauro. L'incontro costituisce non solo un momento importante per rafforzare la conoscenza reciproca tra la comunità penitenziaria e la società, ma un'occasione di riflessione e di consapevolezza sul tema della libertà, della dignità e della misericordia verso la persona umana, in particolare detenuta, nell'anno del Giubileo. Nell'occasione sarà presentato il terzo numero del giornale "L'Arcobaleno", realizzato dalla redazione dell'Istituto Penitenziario e coordinata dalla professoressa Rosetta Madonna, in collaborazione con il CPIA, l'Umberto I e il Rotary di Lanciano.

"Nel tardo pomeriggio del giorno di Pasqua un detenuto di origini campane, ha aggredito con inusitata violenza, un sovrintendente di polizia penitenziaria in servizio al carcere di Lanciano. Il detenuto, da poco arrestato per reati comuni e già isolato dalla restante popolazione detenuta per aver aggredito durante la notte il compagno di cella, dopo aver chiesto e ottenuto un colloquio con il sovrintendente ha finto di voler porgere la mano al poliziotto penitenziario e approfittando della ridotta distanza, necessaria per il gesto di 'pace', ha scagliato un violento colpo al volto del Sovrintendente che è dovuto ricorrere alle cure del pronto soccorso". La denuncia è di Ruggero Di Giovanni, segretario provinciale della Uilpa - polizia peniteziaria, che racconta dell'ennesima aggressione a Villa Stanazzo, che si è conclusa con 3 poliziotti feriti. "Nel corso della notte successiva - continua Di Giovanni - il detenuto si è nuovamente messo in evidenza distruggendo un paio di celle e barricandosi all'interno di una di esse. La mattina di Pasquetta è poi riuscito a 'sfuggire' al personale tentando la fuga e scatenando una caccia all'uomo, all'interno dell'istituto, che è terminata con l'inevitabile 'cattura del fuggitivo'. Purtroppo quest'ultima operazione non è stata priva di conseguenze: altri due agenti sono dovuti ricorrere alle cure del pronto soccorso. In totale abbiamo registrato rispettivamente 5, 7 e 15 gg di prognosi". L'esponente sindacale stigmatizza le decisioni assunte negli anni dal Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, che non ha ancora istituito le sezioni per detenuti violenti, che dovevano entrare in funzione già dal maggio dello scorso anni. "Pur sforzandoci di non puntare il dito contro l'amministrazione locale - prosegue - non possiamo non chiederci se siano stati adottati tutti i provvedimenti del caso a tutela dei lavoratori. Invero sappiamo che il personale operante aveva ampiamente segnalato il problema, confrontando le precedenti carcerazioni, come la Polizia Penitenziaria sa fare, con quest'ultima e preannunciando la chiara impossibilità a gestire questo detenuto secondo gli attuali criteri organizzativi; basti pensare che il detenuto, resosi responsabile di diversi episodi violenti in altre carcerazioni, in passato era arrivato perfino a staccare un orecchio a morsi ad un altro detenuto".

Ha scontato tutta la pena nel carcere di massima sicurezza di Lanciano e le porte per lui si sono aperte ieri per restituirlo a una vita nuova. E sarà davvero nuova e non solo per la recuperata libertà, per A.S. che alcuni giorni fa ha ricevuto la Consacrazione nella Milizia dell'Immacolata di Padre Kolbe. Per la prima volta nella storia del penitenziario si celebra una cerimonia di questo tipo. Grande l'emozione del Consacrato ma anche di tutti quelli che sono stati ammessi a condividere un momento straordinario sotto il profilo umano, spirituale, culturale. “Non ci sono parole per definire quanto successo, non ce ne rendiamo ancora conto – ci dice la direttrice Lucia Avantaggiato - , non ci sono precedenti nella storia di questo carcere anche perché si tratta di un detenuto di alta sicurezza. Noi non leggiamo nei cuori, solo Dio può vedere quanto di autentico ci sia in un fatto del genere e quanto siano veri e sinceri i sentimenti di chi sceglie di compiere un percorso di fede. Un fatto è certo, questo è e rimane un bel segno anche per gli altri detenuti proprio nell'anno della Misericordia. Il valore simbolico e rituale è altissimo”. Certo non si può sapere cosa succede  nell'animo di una persona che dopo aver vissuto il buio sceglie di tornare alla luce e lo fa attraverso un cammino di fede, ma si può supporre che questi fatti, assolutamente rari, sono sicuramente favoriti da un clima di umanità e comprensione che non alberga di solito nei carceri di sicurezza, ma che da qualche anno si respira nella casa circondariale di Lanciano grazie alla direttrice Lucia Avantaggiato e al personale competente e professionale che ha compreso l'importanza del “recupero” che non è solo una parola ripetuta e spesso abusata, ma è fondamentale. Di questo è convinta prima di tutto la Avantaggiato che ha aperto le porte del carcere in varie occasioni per dar vita a iniziative e a progetti significativi con la collaborazione di molte associazioni del territorio. “L'Istituzione penitenziaria di Lanciano e il suo eccellente personale sono stati capaci di puntellare un percorso di recupero di tutte le risorse possibili anche quelle spirituali, davvero un ottimo lavoro. Abbiamo vissuto un momento di grande coinvolgimento nella Cappella del carcere, alla presenza anche di altri detenuti”, ha rimarcato la direttrice. Nella foto che pubblichiamo ci sono le due catechiste della Milizia, A.S., Padre Mauro, referente nazionale, la direttrice Lucia Avantaggiato e il Comandante Gino Di Nella. (p.d.f.)

Roberto Straccia fu ucciso per errore, per uno scambio di persona, come confermato da alcune intercettazioni ambientali registrate nel carcere di Lanciano? E' l'ipotesi rilanciata ieri sera dalla trasmissione di Raitre "Chi l'ha visto?", che è tornata a occuparsi della scomparsa dello studente marchigiano, sparito 4 anni fa da Pescara, e ritrovato cadavere in mare in Puglia dopo 24 giorni. Il programma tv ieri sera ha parlato nuovamente di questo intricato enigma e nella puntata si è parlato anche del carcere di Lanciano e di alcune intercettazioni ambientali che aprono una nuova e concreta pista sulla tragica fine del giovane.  Nel super carcere di villa Stanazzo sono infatti detenute delle persone appartenenti a un clan calabrese, che parlando con le loro mogli rivelano senza mezzi termini che il povero Roberto è stato ucciso per un scambio di persona. “Quel ragazzo ha le stesse sopracciglia, gli stessi occhi... uguali uguali uguali”. L'obiettivo vero dell'agguato era il genero di un boss, del quale i sicari avevano anche cercato una foto nel Comune calabrese d’origine e al rifiuto dei dipendenti di mostrarla, avrebbero addirittura appiccato il fuoco alla casa del sindaco. Da Lanciano partì immediatamente la segnalazione alla Procura di Pescara di quanto ascoltato, ma tuttavia la vicenda non venne approfondita più di tanto.  E’ stata invece  la popolare trasmissione di Raitre a confrontare le foto della reale vittima designata e del povero studente e quello che appare chiaro è l’impressionate somiglianza fra i due. Un errore, una morte avvenuta per uno scambio di persona, ma  anche lo scrupoloso lavoro degli agenti della polizia penitenziaria di Lanciano che prontamente avevano capito di cosa si parlasse, ma che purtroppo rimasero inascoltati. Roberto Straccia e la sua storia furono davvero un colpo al cuore per tutti gli abruzzesi in un periodo dell’anno come quello natalizio dove gli studenti fuori sede, come era Roberto, tornano a casa da Pescara sede della sua facoltà universitaria. Un ragazzo come tanti del quale c'erano solo le immagini di una telecamera di sicurezza piazzata sul lungomare di Pescara e che lo ritraevano intento a correre, ben coperto e con le cuffiette per la musica alle orecchie. Sparì in quel freddo dicembre del 2011 e venne ritrovato a 300 km di distanza cadavere in mare…ancora con lo zucchero in tasca che portava sempre con sé, particolare strano se si pensa a una permanenza così lunga in acqua. Caso chiuso: Roberto si sarebbe suicidato per gli inquirenti, ma la famiglia, il papà, gli amici, non possono accettare una tesi del genere per un ragazzo che aveva la gioia di vivere stampata sul volto.  E’ proprio alla luce di questi nuovi sviluppi che la famiglia di Roberto, attraverso l’avvocato Mecchi, chiede a gran voce che il caso non venga archiviato. Proprio in queste ore il gup del Tribunale di Pescara sta infatti decidendo circa la richiesta di archiviazione arrivata dalla Procura. (Cl.Lab.)