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Si è concluso dopo meno di mezz’ora  l'incontro ministeriale che i sindacati Fim-Cisl, Fiom-Chil e Uilm-Uil con il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda. Non sono emersi elementi da considerare positivi ha dichiarato Davide Labbrozzi  in una breve nota stampa ieri sera- l’azienda ha chiesto un altro mese per poter formulare una posizione chiara ed oggettiva. Il Ministro, continua,  ha messo a disposizione ulteriori fondi per finanziare eventuali progetti. Comunque vi saranno ulteriori iniziative tese, da parte del Ministero dello Sviluppo Economico, ad incentivare l'apertura del tavolo, che ad oggi vede assente l'azienda, al fine di salvare e rilanciare il sito produttivo di Atessa. Il Ministro informerà dello stato d'avanzamento del confronto. Nonostante l'impegno del ministero e della regione, resta un inaccettabile l'immobilismo dell'azienda conclude.

Intanto si annunciano nuove  assemblee per decidere come portare avanti la vertenza. Per la Fiom resta ferma la posizione espressa in queste quattro settimane di conflitto sindacale: non vi sono elementi di novità che avrebbero potuto riaprire la trattativa quindi la posizione del sindacato resta ferma. Lo sciopero continua.

Rischia la chiusura già da aprile 2018 per la Honeywell Transportation System di Atessa. A rischio 420 lavoratori della storica  fabbrica dei turbocompressori, la terza in ordine di importanza dopo Sevel ed Honda.

Conferenza stampa questa mattina di Fim, Fiom e Uilm che, hanno indetto due giornate di sciopero, oggi e domani. Sciopero che ha totalmente bloccato gli impianti.

Un destino già segnato secondo il sindacato  tanto, da azzardare già una data della definitiva chiusura. La politica deve ascoltarci ha ribadito Antonio  Manzi segretario di Chieti – Pescara Uilm, “dai 2 milioni di turbo prodotti in passato ora si è passati, dal 2008, ai 700mila di Atessa contro i 4 milioni di quelli fatti in Romania. La Honeywell non investe più su Atessa, questo è un dato di fatto con nessun prodotto che possa garantire continuità alla nostra fabbrica”.

Nel frattempo cambio vertici, nessun italiano, il potere è in mano ai francesi che sono i "competitor" storici, è chiaro prosegue Manzi, che il futuro che immaginano non comprende noi. “La proprietà deve parlare con noi e con il governo”

Sarebbero «quattro francesini», si legge nella nota interna che indice lo sciopero , «decidono di chiudere Atessa per favorire il sito di Thaon Les Vosges. La filosofia è chiara: azzeriamo la concorrenza per salvare la fabbrica francese. Da questo istante», si legge nella nota distribuita fuori i cancelli dello stabilimneto, «assumiamo il controllo della fabbrica. Questo stabilimento non è più di chi ha intascato e intasca il frutto del nostro sudore. La fabbrica di Atessa è nostra, è di chi in questi anni ha prodotto una ricchezza enorme, smisurata, che ha gonfiato le tasche dell’azionista e dei dirigenti che nel momento più delicato hanno deciso di abbandonare la nave. Chiediamo a tutti di incrociare le braccia, questa realtà industriale va difesa ad ogni costo».

I sindacati chiedono «l’arresto immediato delle operazioni di duplicazione delle produzioni della Honeywell di Atessa, l’elaborazione di un piano industriale di rilancio del sito abruzzese e l’impegno a non riconoscere più ogni forma di esubero occupazionale». Il motto, da spedire direttamente ai francesi, è per Fim, Fiom e Uilm, “lottare oggi per costruire il domani”. 
 

 

ATESSA - La Sevel chiede ai lavoratori di recuperare il fermo produttivo dello scorso 16 giugno (legato a un guasto tecnico in un'azienda fornitrice) e la Fiom proclama 3 turni di sciopero in coincidenza degli stessi recuperi. Ad annunciarlo è la Fiom-Cgil, secondo cui ai lavoratori viene chiesto un sacrificio che non doveva essere chiesto. "A giugno - racconta il segretario generale Davide Labbrozzi - i lavoratori si recarono in Sevel nonostante l’azienda sapesse che non ci sarebbe stata attività. Le persone furono lasciate fuori dai cancelli, nei pullman, ad attendere la comunicazione che poi rispedì tutti a casa. Il tutto nell’assenza totale di considerazione per le lavoratrici e i lavoratori della Sevel. Oggi, dopo quattordici giornate di lavoro straordinario, che hanno debilitato mentalmente e fisicamente tutti, si obbligano le persone a prestare lavoro per recuperare il fermo subìto". Lo sciopero è fissato per sabato 5 novembre (turno A e turno centrale), domenica 6 novembre (turno di notte) e sabato 12 novembre (turno B). "Negli ultimi giorni - continua Labbrozzi - la Fiom ha aperto un confronto con tutte le lavoratrici ed i lavoratori, ha cercato di capire lo stato d’animo, ha voluto comprendere se di fronte a uno sciopero ci sarebbe stata condivisione". Condivisione che il sindacato ha raccolto tra i suoi iscritti. "Siamo contrari - conclude la Fiom - a forme di gestione dei fermi produttivi di questa natura. Chi lavora in Sevel ha già dato tanto in termini di sacrificio generale, lo ha fatto con retribuzioni bassissime, lo ha fatto prestando lavoro straordinario per quattordici giornate e con carichi di lavoro sempre più pesanti. Il recupero stride fortemente con l'esigenza che noi tutti abbiamo, vederci la dignità salvaguardata".

 

Mercati al ribasso con prezzi quasi dimezzati rispetto a un anno fa, speculazione selvaggia e import in costante aumento. I produttori di grano della Cia-Agricoltori Italiani non ci stanno più e lanciano un aut-aut: “Se le quotazioni non tornano a salire, riconoscendo al frumento Made in Italy il giusto valore, faremo lo sciopero della semina”. L’annuncio è arrivato dal presidente nazionale della Cia-Agricoltori Italiani Dino Scanavino, oggi in conferenza stampa a Roma, aprendo ufficialmente la fase di mobilitazione della Confederazione su tutto il territorio nazionale. Presidi, sit-in e blocco delle Borse Merci nelle maggiori città d’Italia per dare un ultimatum rispetto alla campagna di semina 2017, ma anche per fare una proposta al Governo: “Stop alle importazioni di grano per 15/20 giorni, così da ridare fiato agli agricoltori in crisi”. A sostegno della battaglia, scende in campo anche Cia Abruzzo, con il presidente regionale Mauro Di Zio e il direttore regionale Mariano Nozzi. La sezione regionale della Confederazione italiana agricoltori ha contattato tutti i Comuni abruzzesi e l’Amministrazione regionale perché in qualche modo si facciano carico del problema. Ai Comuni è stato chiesto di convocare un consiglio comunale ad hoc con l’adozione di un ordine del giorno per venire incontro agli agricoltori alle prese con la problematica. Stessa richiesta di sostegno anche nei confronti dell’Amministrazione regionale. "In queste condizioni noi non seminiamo -ha spiegato Scanavino-. Anche perché attualmente gli agricoltori producono grano di qualità ma in perdita (17/18 euro al quintale per il frumento duro, largamente al di sotto dei costi di produzione) e la situazione non può restare questa. L’Italia ha una forte tradizione cerealicola, ma le speculazioni di mercato la stanno spazzando via”. Secondo la Cia infatti, per il grano si è andata determinando una situazione paradossale, che ha visto l’immissione nel mercato di ingenti quantità di grano importato proprio nel periodo della trebbiatura, provocando il tracollo dei prezzi e aumentando a dismisura il già ampio divario tra costo del frumento e prezzo del pane e della pasta. Ed è qui che entra il gioco la proposta della Confederazione di bloccare l’import per due o tre settimane, così da permettere lo stoccaggio del grano prodotto e svuotare i silos. Tutto questo in attesa che le azioni annunciate dal governo la scorsa settimana trovino attuazione e i prezzi risalgano. “Si sta assistendo a comportamenti di vero e proprio sfruttamento -ha detto Scanavino-. Oggi il raccolto di 6 ettari seminati a grano basta appena per pagare i contributi di una famiglia media agricola. Le aziende sono oggetto di una speculazione senza precedenti, con sistema industriale e commerciale che impongono ai produttori condizioni inaccettabili. Gli stessi Consorzi Agrari non stanno facendo il loro lavoro perché, anziché stoccare il prodotto in attesa di prezzi più remunerativi, lo immettono sul mercato accrescendo ancora di più la pressione sui prezzi”. In più, ha concluso il presidente della Cia, “gli agricoltori sono costretti a competere con importazioni ‘spregiudicate’ dall’estero (+10% solo nei primi 4 mesi del 2016), da parte di operatori commerciali che stanno svuotando le scorte in condizioni di dumping”. Oltretutto mentre in Italia si registra una produzione straordinaria di 9 milioni di tonnellate di grano, a fronte di una media annua di 7 milioni di tonnellate (+29%)”. Ma se gli agricoltori ci perdono, a guadagnarci da questa situazione sono solo le grandi multinazionali che importano grano  dall’estero per produrre all’insegna di un’italianità che non è reale, senza preoccuparsi di cosa conterrà la farina e di cosa mangeranno le famiglie. Per questo la Cia propone anche un progetto strutturato di valorizzazione del frumento italiano di qualità, a tutela soprattutto dei consumatori. Oggi 100 chili di frumento valgono quanto 5 chili di pane: un “gap” intollerabile e contro la logica delle cose. A Roma, accanto al presidente Scanavino, un testimonial d’eccezione del mondo del pane e della pizza Made in Italy: il celebre “panettiere” Gabriele Bonci. 

Questa volta le carenze di personale non c'entrano. E non c'entrano neppure eventuali aggressioni da parte dei detenuti. Gli agenti di polizia penitenziaria in servizio al carcere di Lanciano, stavolta sono sul piede di guerra per il servizio mensa all'interno del penitenziario. E per protesta hanno deciso lo sciopero del pasto per tutta la settimana, fino a sabato primo luglio. L'adesione, secondo la Uilpa Polizia Peniteziaria, è stata massiccia: quasi il 100 per cento degli agenti ha rifiutato di consumare il pasto durante l'orario di servizio. Alla base della scelta alcune presunte violazioni del capitolato d'appalto, che secondo il sindacato prevedeva clausole diverse rispetto a quelle praticate dalla ditta affidataria del servizio.

Tornano in piazza a Lanciano i metalmeccanici di Abruzzo e Molise, per la manifestazione di protesta organizzata da Fiom, Fim e Uilm a sostegno della trattativa sul rinnovo del contratto collettivo di lavoro. L'appuntamento è per domani e il concentramento è previsto alle 9 in piazzale Sant'Antonio, da dove si snoderà il corteo che sfilerà per le vie del centro. Alle 12, in piazza Plebiscito, intervento del segretario nazionale della Uilm-Uil Luca Colonna.

E’ sciopero a oltranza alla Cometa di Casoli, azienda di subfornitura per motocicli, quad, motoslitte, seadoo (moto d'acqua), piccoli aerei, supercar e treni che lavora per aziende come Honda, Brp, Piaggio, Ktm. Lo sciopero è stato indetto dalla Uilm Uil Chieti-Pescara a seguito di una crisi senza precedenti nell’azienda dell’indotto della Val di Sangro. Ieri pomeriggio nella sede di Confindustria di Mozzagrogna si è tenuto un incontro tra la segreteria UILM, la direzione aziendale, rappresentata dall’imprenditore Pietro Rosica (anche presidente regionale del comitato piccola industria in Confindustria) e dal commercialista, Camillo Catana Vallemani,  il commissario dell’azienda, Francesca Elisio e la RSU. Sul tavolo di discussione la crisi che ha investito la Cometa di Casoli, che occupa 55 dipendenti, e che nel 2015 ha cominciato ad avere pesanti problemi di liquidità a cui sono seguiti ritardi nel pagamento degli stipendi, oltre tre mesi di mensilità non corrisposte. "Alla fine del 2015 - spiega il segretario della Uilm Nicola Manzi - l’azienda non aveva soldi nemmeno per mandare avanti l’attività. Anche la Honda, in via del tutto eccezionale, è intervenuta per pagare le retribuzioni arretrate pur di proseguire la produzione. A questi sforzi tuttavia è seguita la richiesta dell’azienda, lo scorso 19 febbraio, del concordato preventivo, una procedura concorsuale, prevista dalla legge fallimentare, grazie alla quale l'imprenditore per evitare il fallimento cerca di trovare un accordo con i creditori.  Di qui la protesta dei 55 lavoratori che, ad oggi, non hanno ancora percepito parte dello stipendio di dicembre 2015, tutto gennaio 2016 e fino al 18 febbraio di quest’anno". Lo sciopero a oltranza, con conseguente arresto della produzione, è scattato martedì 29 marzo a seguito di una richiesta di incontro all’azienda, disattesa, da parte dei dipendenti che chiedono il pagamento delle mensilità arretrate e di alcune cessioni del quinto, trattenute e non versate, e che lamentano il mancato pagamento del Tfr  accantonato al fondo di previdenza complementare Cometa dal 2014. Le richieste degli operai, stremati da una situazione di limbo che dura da mesi, riguardano anche l’apertura della procedura di mobilità da parte dell’azienda. La Cometa nell’incontro di ieri ha annunciato di presentare, entro domani, un’istanza al giudice per il pagamento delle mensilità arretrate e ha dato disponibilità per l’apertura della procedura di mobilità. I dipendenti, una cui delegazione ieri era presente sotto la sede di Confindustria, hanno annunciato di sospendere lo sciopero solo a seguito di risposte certe da parte della direzione Cometa rispetto alle richieste presentate. “Dove non è intervenuta l’azienda – commenta il segretario Uilm-Uil Chieti Pescara, Nicola Manzi – è intervenuta la Uilm che si è posta da tramite con i lavoratori per dare loro risposte chiare e concrete in questi mesi di estrema difficoltà. Queste persone stanno vivendo un dramma sia economico che sociale dal momento che oltre alle mensilità arretrate non corrisposte, c’è anche l’incertezza del loro futuro lavorativo. Seguiamo con la massima attenzione questa vicenda che rappresenta l’ennesima sconfitta per il territorio e per un indotto che, gestito con un vecchio modo di fare industria, non è riuscito a rigenerarsi e a stare sul mercato dopo la crisi di Honda Italia”.

“La Fiom sciopera contro la riduzione delle pause in Sevel, dimenticando che il 26 luglio 2011, presso la sede della Confindustria di Chieti, ha sottoscritto insieme a UILM, FIM, FISMIC, UGL e la RSU Sevel l’accordo sull’applicazione della nuova metrica del lavoro che, oltre prevedere una nuova ergonomia, modifica la distribuzione delle pause con la conseguente riduzione di 10 minuti. I dati riportati dalla stampa sul 90 per cento di adesione allo sciopero e successivamente corretti al 60 per cento sono estremamente fantasiosi e molto lontani dalla realtà”. Riprende lo scontro sindacale all’interno della più grande fabbrica d’Abruzzo e questa volta a riaccendere la tensione è lo sciopero proclamato dalla Fiom, in autonomia, contro la riduzione delle pause degli operai. “Cara Fiom, basta prendere in giro i lavoratori della Sevel – attaccano in una nota Nicola Manzi, Domenico Bologna, Gianluca Gagliardi e Antonio D’Alonzo, delle segreterie provinciali delle altre sigle sindacali - in fabbrica ci siamo anche noi. Riteniamo prioritario risolvere i problemi per una corretta applicazione della nuova metrica, evitando che i carichi di lavoro sostenuti dai lavoratori in Sevel siano fuori controllo, mettendo a rischio la salute e la sicurezza in stabilimento. Rivendichiamo il proseguimento del lavoro iniziato in questi mesi per verificare la corretta applicazione della metrica del lavoro, chiedendo per tutte le postazioni critiche i necessari aggiustamenti, come previsto dal contratto”.